La poesia che viene dal margine
Ho ascoltato Maria Teresa Ciammaruconi leggere alcuni dei testi raccolti in questo agile volume lo scorso 8 marzo, durante la XV edizione della rassegna Otto poetesse per l’Otto marzo a Nettuno, curata da Ugo Magnanti. In quell’occasione, l’incontro tra noi autrici è stato autenticamente nutriente — come raramente accade nei reading poetici che tentano di far dialogare voci diverse. Non ho potuto fare a meno di procurarmi questo libro, che mi ha colpita per la sua chiarezza, per la sua necessità, per il modo in cui riesce a stare, con discrezione e forza, dentro l’umano. Spero che anche chi legge senta il desiderio di avvicinarsi a queste pagine e approfondirle.
Maria Teresa Ciammaruconi, Lezioni di italiano. Penny Wirton non è più solo, Edizioni Croce, 2025
di Alessia Iuliano
C’è un’aula a Casal Bertone dove, quattro giorni a settimana, le parole tentano il salto: da una lingua all’altra, da una vita all’altra. Lezioni di italiano. Penny Wirton non è più solo (Edizioni Croce, 2025) è il frutto poetico di quell’aula, raccolto e restituito da Maria Teresa Ciammaruconi, docente, scrittrice e volontaria, che in questi anni ha insegnato l’italiano anche a chi non l’ha mai avuto.
Il libro non si limita a documentare un’esperienza educativa – quella in cui ogni immigrato incontra un volontario disposto a insegnargli i rudimenti della lingua italiana – ma la libera dagli stereotipi e le restituisce le sue lingue. La Ciammaruconi, in effetti, raccoglie voci, storie, frammenti di biografia e, in alcuni casi, riscrive in versi testimonianze tratte dal volume Atlante del mondo nuovo[1] (Il Margine, 2024). Ma non si tratta solo di raccolta o trascrizione: c’è qui un gesto poetico preciso, una scelta di stile e di sguardo.
Sorprende la qualità linguistica dei testi, non perché raffinata o musicalmente elaborata – anzi, la musica qui è minima, cruda, asciutta – ma perché capace di restituire l’autenticità della voce che parla. Il ritmo non è fluido, è vivo: assomiglia al respiro di chi cerca le parole tra due idiomi, tra due memorie:
viaggiare
da bangladesh a italia ho visto mondo
grande tre anni di viaggio a camminare
adesso studio italiano
poi lavoro poi compro biglietto di aereo
così da italia allamerica il mondo
diventa piccolo una notte di viaggio[2]
Assistiamo alla scelta consapevole di lasciare che l’italiano “imperfetto” dei parlanti diventi strumento espressivo e non ostacolo. La sintassi è scarna, il lessico quotidiano, povero, ma mai piatto.
Le parole sono quelle della sopravvivenza, del sogno, della fatica: “così capo deve dare miei soldi// solo posso fumare e fare amore[3]”. Eppure, in quella semplicità si avverte una forza che non ha bisogno di orpelli.
Così, è significativa testimonianza – come detto all’inizio – la trasposizione poetica delle biografie tratte dall’Atlante del mondo nuovo. L’autrice scrive: “Ho riscritto le storie narrate in questo libro con la lingua che ho appreso dai miei allievi che è lingua del non detto come la poesia.” È una dichiarazione che spiega molto. La poesia, come questa lingua traballante, è piena di vuoti, di sospensioni, di significati che si leggono negli occhi prima che nei versi.
Ma, ciò che rende il libro davvero incisivo è, poi, la capacità di tenere insieme una pluralità di voci senza ridurle a stile. La scrittura della poetessa non impone un filtro uniforme, non cancella la differenza: la trattiene, la lascia agire. Ogni testo ha un tono, un’andatura, una tensione propria. Sembra scritto da una persona diversa – e in effetti lo è. Perché porta con sé un nome, una lingua, una direzione.
Io sono Kinè di Senegal
mie figlie vanno a scuola
portano a casa amiche e parole nuove
e ridono che io non capisco
parlano e ridono e scrivono con telefono
guardano dentro specchio
e pure a lui dicono segreti
io mi vergogno
e prego dio che capisce senza parlare[4]
*
Io sono Fatima di Siria
la mia maestra era sapiente
e aveva passato tanti problemi
per questo aiutava altre persone
aiutava anche me quando mio padre
dice scuola pericolosa di guerra
meglio la casa
la mia maestra ha dato a me suo sogno
e pure se in italia pulisco nella palestra
io adesso sono maestra[5]
*
Io sono Yare di Perù
in italia sono diventata più alta
ma non so se pure la mia mente è più alta
perché Yare di perù non è Yare di italia[6]
La scelta dei titoli, con quella formula dichiarativa e lineare, è già di per sé una presa di posizione. Non c’è allegoria, non c’è maschera. Ci sono esistenze che si affacciano sulla pagina con la forza scabra dei nomi e delle provenienze. Il risultato è una poesia che non cerca la perfezione formale, ma il contatto, la presenza, l’ascolto reale dell’altro nella sua lingua incerta, e proprio per questo necessaria.
Un’operazione, quella della Ciammaruconi, sulla scia di una cultura pedagogica che attraversa, per l’appunto, le culture; richiamando in filigrana quel terreno privilegiato della transculturalità, intesa come pratica relazionale del contatto – non della fusione – e dell’ascolto delle differenze, come dimensione epistemologica del divenire.
In questa lingua poetica, che nasce dal margine ma parla fino ai vertici culturali e istituzionali, l’altro non è più ospite: è soggetto parlante, è voce. E ci riguarda.
Io sono Abdullah di Pakistan
io bambino ero felice a kabul
con scuola cinema amici mamma papà
una vita speciale di giovane studioso
e nel cuore scoppiavano promesse
io non vedevo gli orfani
con i piedi nudi e gli occhi pieni di guerra
quando sono partito era giovedì
ero laureato ero terrorizzato
invece della strada per tornare a casa
ho preso la strada per italia
una strada lunga sette mesi di madre che prega
lunga sette mesi di padre che vende la casa
per pagare il mio viaggio
tra neve foreste prigione ospedale e tradimenti
ma una ragazza serba mi ha dato un giorno di paga
e io ho mangiato
ero laureato e sapevo
che il vestito fa la differenza
che con la giacca abbottonata
nessuno mi dice migrante
adesso ho un cappello di pizzaiolo
e nessuno mi dice che sono laureato[7]
*
parte terza
Non so se vi ho insegnato l’alfabeto
i pronomi o il verbo che riordina il tempo
ma io ho imparato a dire io
accantonando la falsa modestia da salotto buono
certo non lo ripeto sempre come fate voi
ho così poche cose per vantarmi
ma faccio mio il bruciore d’orgoglio di quando dite
io vivrò perché è la libertà di chi ha guardato la morte
vincerò ancora (…)[8].
[1]Affinati, E., Lenzi, A. L. (a cura di). Atlante dal mondo nuovo. Voci e racconti delle scuole Penny Wirton. Trento: Il Margine, 2024.
[2]Ciammaruconi M. T., Lezioni di italiano. Penny Wirton non è più solo, Roma: edizionicroce, 2025, p. 20.
[3]Ciammaruconi M. T., Lezioni di italiano. Penny Wirton non è più solo, Roma: edizionicroce, 2025, p. 24.
[4]Ciammaruconi M. T., Lezioni di italiano. Penny Wirton non è più solo, Roma: edizionicroce, 2025, p. 39.
[5]Ciammaruconi M. T., Lezioni di italiano. Penny Wirton non è più solo, Roma: edizionicroce, 2025, p. 47.
[6]Ciammaruconi M. T., Lezioni di italiano. Penny Wirton non è più solo, Roma: edizionicroce, 2025, p. 55.
[7] Ciammaruconi M. T., Lezioni di italiano. Penny Wirton non è più solo, Roma: edizionicroce, 2025, p. 56.
[8] Ciammaruconi M. T., Lezioni di italiano. Penny Wirton non è più solo, Roma: edizionicroce, 2025, p. 72.